C’era un tempo in cui nell’Italia rurale le famiglie si riunivano attorno al forno di paese per infornare impasti già lievitati e preparati a casa. Non era solo una forma di sussistenza, ma un modo per stare assieme all’interno della comunità. Negli anni, molti di questi forni sparsi tra le montagne d’Abruzzo, della Valle D’Aosta o della Calabria, hanno smesso di sfornare pane, pizze e focacce, in alcuni casi l’industrializzazione li ha resi obsoleti, più spesso, lasciati a sé stessi, sono rimasti vittima di terremoti e alluvioni.

Oggi, grazie alle nuove generazioni che puntano a un’educazione alimentare legata alla sostenibilità, la tradizione dell’infornata sociale sta tornando: dai Millennial, ai giovanissimi attivisti ispirati dall’azione della svedese Greta Thunberg – la cosiddetta “Generazione Greta” – siamo di fronte a un movimento molto diverso rispetto a quello dei predecessori, che non si esprime solamente attraverso le marce di protesta, ma con un concreto impegno per creare realtà low tech, formate da persone per le persone.

Il Forno Vagabondo

Flora Mammana e Matteo Pra Mio, designer di 30 e 31 anni fanno parte dell’associazione La Foresta – Accademia di Comunità, già promotrice di attività ambientaliste. Assieme avviano nel 2020 il Forno vagabondo, un vero e proprio forno sociale itinerante. Il progetto di rete nato in Vallagarina – porta del Trentino che comprende territori e culture molto diverse – nasce per promuovere temi come la sostenibilità, sia in chiave ambientale sia economica. Grazie alla collaborazione con l’associazione di designer Brave New Alps, il forno a legna viaggia su una bici cargo elettrica, mezzo sostenibile per eccellenza.

Come siete arrivati all’idea del forno vagabondo?

«Siamo fan della pasta madre da molti anni – racconta Flora – Abbiamo pensato che fare il pane potesse essere una pratica conviviale, ma qui il concetto di base è farlo andando noi dalle persone, non viceversa. Ecco il perché di un forno vagabondo. Inizialmente pensavamo di fermarci nei parchi più frequentati, ma a causa delle restrizioni della pandemia ci è stato permesso di “infornare socialmente” solo nelle periferie o nei piccoli paesi. Ma quello che poteva sembrare un ostacolo si è trasformato in opportunità: gli abitanti delle zone più emarginate hanno accolto con sorpresa ed entusiasmo la nostra presenza, sia in termini di proposta sia in termini di visibilità. Spesso veniamo ospitati anche all’interno di cortili di condomini privati, che grazie i nostri eventi hanno riattivato spazi comuni in disuso».

Il vostro forno itinerante che benefici apporta alla comunità?

«Si creano situazioni di scambio tra le persone che ci ospitano e quelle che partecipano. Vedere un forno che viaggia su una bicicletta stupisce: chiunque si fermi anche solo per curiosità può accedere ad argomenti normalmente promossi all’interno di spazi associativi. Inoltre dimostra che il cambiamento può partire da tutti».

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