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Fornai, mugnai, contadini: Impastare la comunità

Un giovedì di gennaio, in un rifugio in cima all’Appennino tosco-emiliano, più di sessanta persone provenienti da molte regioni d’Italia si sono ritrovate per parlare di grano, di pane e di tutto il contesto. Fornai, mugnai, contadini. Ma anche custodi di semi, apicoltori, mastri birrai, genetisti, giornalisti, rigeneratori urbani. Un gruppo eterogeneo di donne e di uomini che si sono sottratti al flusso frenetico dei loro impegni per rispondere alla chiamata della Comunità del Grano dell’Alto Appennino tra Bologna e Firenze. «I grani alti sono quelli che non hanno paura delle infestanti, come deve essere in montagna. Sono alti perché i loro fusti non sono stati “nanizzati” come per i grani più moderni. Alti perché li coltiviamo in quota (tra i quattrocento e gli ottocento metri) e per i valori che raccontano: quello sociale, culturale, agricolo ed economico». A parlare è Matteo Calzolari, tra i fondatori della Comunità e anima dell’omonimo forno fondato dai genitori nel 1956 a Monghidoro, un paese di poco meno di quattromila abitanti a un’ora di curve dall’uscita dell’autostrada di Sasso Marconi. Nel corso dei secoli è stato un luogo di passaggio tra la Pianura padana e l’Italia centrale. Nell’ultimo periodo è diventato il centro di una comunità agricola e artigiana che si prende cura del territorio e delle relazioni attraverso la coltivazione di varietà locali e la produzione di un «pane integrale ma non integralista». Sono cento, includendo le rotazioni, gli ettari di terra che la Comunità cura e coltiva, oltre ai boschi che tiene puliti e ai solchi che fanno scorrere l’acqua. Qui, a differenza di altri luoghi vicini ma non curati, l’acqua di maggio 2023 non ha distrutto nulla, perché il terreno era in salute. Continua a leggere su: Linkiesta.it

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