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Esquire.com – Siamo stati da Forno Brisa, gli artigiani del pane ribelle

Cosa ci resta dell’esperienza gastronomica quando la spogliamo degli orpelli estetici, dell’hype, della coolness? Ci fermiamo mai, per un secondo, a riflettere sul nocciolo vero della questione, sulle sue sfaccettature etiche, oltre che estetiche? Non credo di essere mai andato così vicino alla risposta come nella preparazione di questa puntata della rubrica, durante la quale mi è capitata una – come va di moda chiamarla – piccola storia triste che sembra essermi piovuta dal cielo bell’e impacchettata da impianto metaforico, o se vogliamo grimaldello per scardinare certi assunti che diamo per scontati.Prima della piccola storia triste, però, c’è bisogno di un preambolo. Quasi vent’anni fa, quando ho cominciato a scorticare con le dita la pellicola ruvida delle cose, mi sono imbattuto in Slow Food. Ci sono cascato dentro mani e piedi, e del mantra buono, pulito e giusto – che avrei declinato, poi, aggiungendo elementi, in bello, figo, buono, pulito e giusto – ho fatto un dettame imprescindibile. Molte delle migliori amicizie, molti dei legami più importanti, hanno avuto la possibilità di nascere sotto l’egida di questo refrain, e ci sembrava di fare una cosa un po’ carbonara, un po’ coscienza di classe, e ci brillavano sempre fortissimo gli occhi. L’impennata che il consumo (e la percezione) del cibo, dell’intera sfera gastronomica, ha subito nell’ultimo ventennio all’epoca ci sembrava impensabile, quasi utopistica. Continua a leggere su: Esquire.com

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