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Cibi integrali, non tutti lo sono davvero: ecco come riconoscerli

Nel novembre del 2021, gli scienziati e le organizzazioni della Whole Grain Initiative hanno chiesto ai governi di tutto il mondo di promuovere il consumo di cereali integrali nei loro Paesi. Le motivazioni? Salutistiche e ambientali. Si sono unite all’appello anche l’Organizzazione mondiale della sanità e la Fao, perché entrambe sanno bene, grazie agli studi scientifici che si accumulano da qualche anno, che i cereali integrali sono un tassello fondamentale per ottenere diete sane e sostenibili.

I consigli per le tavole italiane

In Italia, i nutrizionisti ne raccomandano il consumo da tempo: porta in tavola regolarmente pane, pasta, riso e altri cereali, meglio se integrali, recitano le Linee guida. E sugli scaffali del supermercato c’è l’imbarazzo della scelta. “Il prodotto non raffinato è più ricco di fibra e possiede un alto potere saziante, in più ha benefici sul metabolismo”, concorda Andrea Carrassi, direttore generale dell’Associazione italiana dell’industria olearia (Assitol), che rappresenta anche il comparto dei semilavorati di pane, pizzeria e pasticceria. Ma resta da capire cosa significa integrale.

A inizio anno la Whole Grain Initiative ne ha pubblicato una definizione sulla rivista scientifica Nutrients: “L’alimento integrale deve contenere almeno il 50% di ingredienti non raffinati in base al suo peso secco”.

In Italia, invece, manca ancora una normativa chiara sull’utilizzo del termine e alcuni produttori lo usano anche se le materie prime non sono al cento per cento integrali. Perciò, la Federazione europea di settore (Fedima) sta lavorando per armonizzare le definizioni usate nei vari Paesi Ue.

Come riconoscere i prodotti non del tutto integrali

“La grande attenzione alla salute e la tendenza a un’alimentazione cosiddetta naturale ha valorizzato le produzioni di prodotti integrali ma, al tempo stesso, ha provocato la crescita esponenziale di prodotti che proprio integrali non sono”, sottolinea Carrassi. Le aziende, infatti, “non hanno l’obbligo di specificare al consumatore se con la dicitura “integrale” sul packaging intendono l’uso di farine integrali oppure di farine raffinate a cui è stata aggiunta crusca o cruschello”, aggiunge Alberto Ritieni, docente di chimica degli alimenti all’Università Federico II di Napoli.

Non stiamo parlando di frodi alimentari o di prodotti dannosi, semplicemente di pane, cracker o biscotti con una minima percentuale di farina integrale oppure con materia prima raffinata a cui viene aggiunta la fibra. Che quindi integrali, a rigor di definizione, non sono. Come accorgersene? Attraverso la lista ingredienti.

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